Realizzazione
(tratto da Progettazione Sismica, n. 3/2009, "La ricostruzione tra provvisorio e definitivo" di G.M. Calvi e V.Spaziante)
Qual' è il limite temporale che distingue un'abitazione temporanea o provvisoria da una permanente o definitiva?
Non è facile rispondere a questa domanda, se si considera il perdurare apparentemente eterno di ciò che in questo paese viene costruito con l'obiettivo di durare mesi, o al più qualche anno. Basta pensare al Belice, all'Irpinia, allo stesso Friuli.
D'altra parte, si potrebbe fare riferimento alle Norme Tecniche 2008 [1], in cui si definisce la vita nominale di un'opera strutturale, intesa come il numero di anni nel quale la struttura, purché soggetta alla manutenzione ordinaria, deve potere essere usata per lo scopo al quale è destinata (punto 2.4.1). E si precisa come la vita nominale sia riportata nella tabella 2.4.I delle norme e debba essere precisata nei documenti di progetto. Occorre precisare, perché le norme indicano solo un massimo per le opere provvisorie (10 anni) e due minimi, per opere ordinarie e per grandi opere (50 e 100 anni rispettivamente). Se ci si attiene a questi dati, occorre concludere che tutte le opere provvisorie realizzate dopo i terremoti del dopoguerra non sono state tali , in quanto hanno avuta una vita maggiore di 10 anni (e trascuriamo il fatto che tra i 10 ed i 50 anni sembrerebbe che le opere non possano essere né provvisorie né permanenti).
Se dunque il provvisorio non esiste da un punto di vista della durata, è utile chiedersi se abbia senso che esista dal punto di vista dei consumi energetici, della sostenibilità ambientale, dell'inquinamento. È utile anche chiedersi se possano essere costruiti edifici con caratteristiche ambientali e di sicurezza strutturale simili a quelle richieste per il permanente entro termini temporali e con costi unitari confrontabili con gli edifici definiti come provvisori. Se così fosse, risulterebbe ovvio procedere nei limiti del possibile costruendo il provvisorio con le caratteristiche del permanente.
Di questo, e di altro, ne discutevano nei giorni immediatamente successivi al 6 aprile, Gian Michele Calvi , Guido Bertolaso e Vincenzo Spaziante per gli aspetti politici, amministrativi ed economici, e con Mauro Dolce, Edoardo Cosenza e Gaetano Manfredi per gli aspetti tecnici e scientifici.
Una prima relazione generale completa di simulazioni tridimensionali e calcoli preliminari viene consegnata il 16 aprile, insieme ad un appunto di commento. Vi si ipotizza di consegnare gli edifici a 3000 abitanti in cinque mesi, di garantire la sicurezza sismica attraverso un sistema di isolamento a livello di "isolato urbano", di garantire elevati livelli abitativi, tecnologici ed ambientali.
Il perseguimento di questi obiettivi, apparentemente incompatibili, avverrebbe attraverso la realizzazione di piastre isolate di grandi dimensioni ed il successivo assemblaggio di moduli abitativi di tre piani realizzati con tecnologie a secco.
Sono già chiare le necessità di rendere quanto più possibile il progetto indipendente dalle caratteristiche dei terreni, ignote, e dalla tecnologia costruttiva degli edifici, necessariamente molteplici per soddisfare i requisiti temporali. A questo proposito la relazione specifica come sia necessario individuare immediatamente le possibili tecnologie costruttive compatibili con il programma temporale ed i vincoli tecnici e selezionare i partners tecnici e commerciali, esplorando le capacità di produzione del mercato.
Il cronoprogramma prevedeva l'apertura dei cantieri entro 4 settimane, quindi entro la metà di maggio, per consegnare entro settembre le abitazioni per 3.000 abitanti.
Le valutazioni economiche indicavano costi stimati di 120 milioni di euro, iva esclusa, per 3.000 abitanti, specificando un'incertezza del 20% e senza considerare arredi, costi di acquisizione delle aree ed impianti fotovoltaici.
La relazione di calcolo preliminare ipotizzava l'uso di isolatori a scorrimento su calotta sferica (noti internazionalmente come friction pendulum ), con capacita di spostamento di circa 30 cm. L'ipotesi di utilizzare isolatori in gomma appariva nel caso specifico meno competitiva in relazione a forze e spostamenti di progetto.
Nei giorni immediatamente successivi venivano discussi e sviluppati altri aspetti particolari che avrebbero poi caratterizzato in modo definitivo il progetto:
- La riduzione delle dimensioni di ciascuna piastra isolata, a circa 20 x 60 m, adatta a sostenere un edificio di tre piani con una superficie di circa 600 m2 per piano, con una capacità insediativa stimata in circa 80 abitanti in 25/30 appartamenti. Piastre di queste dimensioni avrebbero consentito un'adeguata flessibilità in relazione alle condizioni plano altimetriche delle aree da utilizzare (al momento ignote) ed alle tecnologie costruttive, pure ignote.
- La definizione in 150 del numero approssimato delle piastre da realizzare e pertanto in circa 12.000 del numero degli abitanti insediabili.
- Il frazionamento dell'intervento in numerosi piccoli villaggi, costituiti da un numero di piastre approssimativamente compreso tra 4 e 20, e quindi da un numero di abitanti compreso tra 300 e 1.600.
- La definizione di un cronoprogramma seriale su gruppi di circa 30 piastre ritardati di circa 15 giorni l'uno dall'altro, con la conseguente previsione di consegnare abitazioni in 5 scaglioni di 2.400 abitanti, con scadenze diluite dal 30 settembre al 30 novembre.
- La decisione di gestire l'intero progetto in modo diretto, senza ricorrere ad un general contractor, ma piuttosto creando una struttura tecnica senza fine di lucro che rispondesse direttamente al Dipartimento della protezione civile. Si valutava che in questo modo sarebbe stato possibile risparmiare somme rilevanti, essenzialmente spese generali ed utili del general contractor, ed avere un più accurato controllo sui tempi e sulla qualità dell'opera.